Fabrizio Corona scrive dal carcere ed incontra il figlio Carlos

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Fabrizio Corona | © PATRICIA DE MELO / Getty Images

Fabrizio Corona ha potuto finalmente abbracciare suo figlio Carlos, lo aveva annunciato Nina Moric ed ora il grande giorno è arrivato, lo annuncia Novella 2000 che piazza le immagini in copertina.

E sempre lì si legge che dopo aver incontrato Corona il piccolo Carlos avrebbe detto “Ridatemi il mio papà“. E’ passato tanto tempo dall’ultima volta che i due si sono visti, avvocati e psicologi di mezzo hanno dilungato i tempi ma alla fine il bambino è andato a trovare il padre nel carcere di Opera insieme alla nonna Gabriella e alla mamma, Nina Moric.

Sabato a “Verissimo” ci sarà dell’altro materiale su Fabrizio Corona che sarebbe depresso e intento a scrivere un’autobiografia. Per l’ex re dei paparazzi ci sono ancora molti anni da scontare in carcere, il quotidiano Libero ha pubblicato in versione integrale la lettera che Fabrizio ha scritto a Silvia Toffanin e che sarà mostrata in trasmissione:

A chiunque incontro e mi chiede come sto, rispondo sempre la stessa cosa: «Sto bene, molto bene». Ma risponderei così anche dopo 30 coltellate, sanguinante, in fin di vita. Ho sempre risposto così, a tutti. Penso che dopo la scoperta di una grave malattia, il carcere sia la cosa più brutta che possa accadere ad un uomo. È la realtà dell’inferno in terra, dove colpevoli e innocenti sono costretti a vivere in condizioni vergognose e disumane nell’indifferenza istituzionale. Io però, in questo momento, non provo più rabbia, né rancore per chi mi ha condannato e inflitto questa pena così eccessiva e così assurda, ma anzi lo ringrazio perché mi ha dato la possibilità di capire tante cose, mi ha aiutato a riconoscere i tanti sbagli, ad ammettere gli errori, a guardarmi dentro, nel profondo della mia anima e a capire finalmente, a quasi quarant’anni, chi sono e cosa voglio veramente.

Fabrizio Corona | © PATRICIA DE MELO  / Getty Images
Fabrizio Corona | © PATRICIA DE MELO / Getty Images

Il mio avvocato mi dice sempre: «Sii forte del fatto che ciò che è giusto alla fine vince», e io continuo a combattere come ho fatto dal primo giorno che sono entrato in questo nuovo mondo, con questa nuova vita, per dimostrare che nei momenti di difficoltà si deve niente affatto ripiegare le ali, abbassare il tiro, ma anzi, tentare di rilanciarsi lavorando sui propri margini di miglioramento e sulla riscoperta dei valori veri e dei sentimenti come l’orgoglio e il coraggio, perché alla fine, quello che conta veramente (nothing else matter) è il carattere e il cuore che metti nella tua vita. Bisogna saper rispondere alla disperazione con un sorriso di sfida e il dito medio alzato. E questo, oggi, deve essere d’esempio e di aiuto ai molti che pensano di non farcela e decidono di lasciarsi andare… Io non l’ho fatto e mai lo farò! Stare in prigione in questo paese è come morire lentamente, ma io continuo a vivere lo stesso, di notte, nei miei sogni, anche attraverso i ricordi di quella che è stata la mia incredibile vita: le tante emozioni provate, il grande amore dato e quello ricevuto, convinto, ancora oggi, che i sogni, se li desideri veramente e fai di tutto per raggiungerli, prima o poi diventano realtà. Oggi, chiuso dentro la mia cella, la numero 1 del primo reparto del carcere di massima sicurezza di Opera, guardandovi seduto dal mio sgabello di legno mezzo rotto, attraverso un minuscolo televisore degli anni Settanta, voglio vedere mia madre sorridere: ha già pianto e sofferto troppo. Un bacio e un ringraziamento speciale a te, Silvia. Con affetto

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